dieci rose bianche e cinque rosse

Dopo “Finalmente cresciuto” e “Chissà”, Serena De Benedetto ci propone il suo nuovo racconto intitolato “Dieci rose bianche e cinque rosse”.

È seduta sulla poltrona in mezzo alla piccola stanza, alla sua destra una grossa libreria da cui riesce a prendere libri anche stando seduta, di fronte un tavolino basso con il telecomando e un paio di libri, oltre la televisione accesa. È una televisione al plasma, gliel’ha regalata suo figlio.
Prende il telecomando, lentamente, e abbassa il volume, poi si alza e va a prendere il telefonino e l’elenco telefonico. Deve ordinare i fiori dal suo fioraio di fiducia per portarli al cimitero. A volte ride di se stessa quando pensa che anche lei, come tutti, aspetta questo periodo dell’anno per andare al cimitero. I luoghi comuni e il buonismo di oggi direbbero che dovrebbe andarci più spesso, che i suoi cari l’aspettano 365 giorni l’anno. Il suo lato laico invece le dice che non sono più da nessuna parte.
Sta di fatto che non riuscirebbe ad espletare questo dovere più volte in un anno, è già un incubo così.
Soprattutto nell’ultima decina d’anni le cose sono peggiorate, da quando non ha più i suoi ragazzi a distrarla. Le nuove generazioni sono rumorose, curiose e impazienti. O almeno lo erano 10 anni prima. Ora quei ragazzi saranno cresciuti, realizzati si augura, qualcuno forse avrà addirittura messo su famiglia. Chissà se qualcuno di loro si ricorda della sua vecchia prof; scuote la testa e dopo aver trovato il numero lo compone. Dieci rose bianche, cinque per ognuna delle sue bambine, cinque rose rosse per suo marito e dieci rose rosa per i suoi genitori.
Torna lentamente alla poltrona: al telegiornale stanno parlando dei terremoto degli ultimi mesi. Stanno straziando il paesaggio del Paese oltre che, purtroppo, delle vite. Tutti le reti principali continuano a parlarne.
Cambia canale, una rete locale. Stanno descrivendo l’effetto che la scossa ha avuto su i suoi concittadini. Pare che, come succede spesso in queste terre, molti siano andati in panico rivivendo il giorno devastante di 36 anni fa, quando sembrò che a tremare fosse il nucleo stesso della terra.
Anche lei ha sentito la forte scossa. Non è andata in panico. Rivive quei maledetti momenti tutti i giorni, durante le ore di veglia e quelle di sonno.
Prima non era così: fino a dieci anni fa, quando era andata in pensione, riusciva a relegare questi incubi alla notte. Di giorno aveva compiti da programmare, interrogazioni da fare, voti da decidere, argomenti da spiegare, studenti da terrorizzare o con cui congratularsi, con cui sorridere o di cui indignarsi.
Far parte della vita folle dei giovani è rinvigorente e sfiancante.
I suoi ragazzi le davano tanto, ma non sapevano ancora cosa. Pretendevano da lei una lezione piacevole, ma non si rendevano conto che lei gli dava molto di più. Volevano vivere convulsamente e non sapevano apprezzare la stasi, la quiete della cultura.
Imparavano a farlo difronte a lei. Con lentezza, senza che neanche se ne accorgessero. Mentre leggevano dell’aureola di Baudelaire o del carcere di Reading di Wilde, dei tradimenti di Lesbia e dell’abiura di Galileo, della vastità del cielo e delle formule di Einstein, del Don Giovanni di Mozart e del pendolo di Schopenhauer. Cercavano elementi che gli toccassero il cuore e ricevevano allegati sapere e consapevolezza. Mutavano crescendo e crescevano imparando.
Quando 36 anni prima aveva perso quasi tutto il suo mondo, in un attimo, nessuno aveva capito la scelta di continuare a insegnare, di guardare tutti i giorni negli occhi di quei ragazzi. Quegli occhi così simili a quelli dei suoi due angeli. Non avrebbe sofferto? Si chiedevano e le chiedevano.
“Non si può soffrire di più”, aveva risposto,”e poi io sono un’insegnante. E non sono l’unica ad ever perso tutto, ma loro devono ancora iniziare a vivere. Io posso insegnarglielo”. Qualcuno aveva pensato che fosse un po’ presuntuosa, ma nessuno aveva avuto il coraggio di dirglielo in faccia.
Lei aveva avuto ragione, era riuscita ad insegnare a tanti a vivere ed era arrivata ad insegnarlo anche ai figli di quei ragazzi spaventati di 36 anni prima. E loro le avevano prestato la loro vitalità, le avevano permesso di non crollare, di esserci per suo figlio.
Spegne la televisione. Molti avevano iniziato a rievocare quel giorno, confusi, ancora spaventati. Quale può essere il trauma di ritrovarsi ad aver paura della propria terra, della propria casa? Come si poteva superare, quando l’orizzonte che ogni mattina ti dava il buongiorno era scomparso, portando via con se’ la tua vita?
Non ricorda con precisione quel giorno. Non sa dove sia andata quel pomeriggio con suo marito e il figlio undicenne. Le due figlie di quindici e diciassette anni erano rimaste a casa a studiare.
Ricorda di aver indossato una maglia boudreaux.
Erano appena tornati, stavano scendendo dall’auto, non era riuscita neanche a capire a pieno cosa stesse succedendo quando la sua casa, dall’altro lato della strada, era crollata per metà. Impietrita aveva stretto la spalla del figlio, mentre sentiva le chiavi dell’auto cadere a terra e vedeva suo marito correre verso la casa urlando “Le mie bambine!”.
Non sapeva quando tempo fosse rimasta ferma lì, immobile. Suo figlio aveva raccolto le chiavi dell’auto e le stringeva convulsamente. Le persone erano in strada. Dal suo palazzo erano uscite parecchie persone. Ma non le sue figlie. Non suo marito.
Riprende il vecchio libro consumato sul tavolino, sarà il suo compagno fino all’ora di andare a dormire.

Si sveglia, è il 31 dicembre, andrà oggi al cimitero, preferisce non andarci il 2 novembre. È un’abitudine.
Si lava, si veste, prende l’auto, va dal fioraio a ritirare i fiori e poi al cimitero. Il cielo è terso, ma troppo chiaro, quasi sbiadito, per essere scambiato per un cielo di primavera. L’aria è fresca, ma statica. Il cimitero è surreale, non troppo tetro, grazie all’abbondanza di pietra bianca e grigia, ma quasi asettico. Le persone non sono tristi, ma rassegnate.
Cammina, da sola, cercando di non andare a sbattere contro nessuno, la sua vista è in parte impedita dai fiori che porta sul braccio sinistro, la mano destra è invece lasciata penzolare davanti alla borsa marrone.
In questo momento come non mai si sente simile a tutti: sola, nonostante tutto, e impotente e inutile.
D’improvviso sente qualcuno stringerla una mano. Abbassa lo sguardo: è la sua nipotina, Camilla, lunghi capelli lisci color del miele e occhi verdi, come i suoi, che con i suoi tre denti mancanti le sorride, “Ciao, nonnina!”.
Lei si volta e vede pochi metri dietro lei suo figlio che cammina chiacchierando accanto la moglie, tra i fiori che regge dieci rose bianche e cinque rosse.

SERENA DE BENEDETTO è una Dottoressa in Lettere moderne con la passione per la scrittura e la traduzione. Se ti va di conoscerla anche come traduttrice, seguila su Subspedia.

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