sguardo fisso sulla strada
Continua l’appuntamento con la rubrica Talenti in erba. Dopo avervi presentato Chiara Fessler con il racconto Principe del bosco, oggi vi proponiamo un nuovo racconto estratto dalla raccolta (Im)perfetta: Sguardo fisso sulla strada.

Sguardo fisso sulla strada, piede fisso sull’acceleratore. Non voleva tornare a casa. La palestra, che pensava riuscisse a calmarla, l’aveva solo innervosita di più. Ora la aspettava una serata con la sorellina malaticcia e frignante, il fratello attaccato alla tv, e la madre nervosa che sfogava la sua frustrazione urlando a tutti. No, casa era l’ultimo posto in cui voleva andare.

Controllò il tachimetro. Andava a 30 km oltre il limite. Alzò il piede finché la lancetta non raggiunse la tacchetta dopo il 60, poi riappoggiò la scarpa sul pedale per mantenere la velocità costante. Fece una curva e vide l’auto della polizia. Giusto in tempo, pensò. Aveva sempre avuto un sesto senso per certe cose.

Stringeva il volante così forte che aveva le nocche bianche.

Affrontò altre due curve con la sicurezza di un pilota. Pensò che le sarebbe piaciuto partecipare a qualche gara di rally, poi rise di se stessa, ammettendo che riconosceva a stento la destra dalla sinistra; o meglio: sapeva perfettamente distinguerle, ma non nell’immediato. Aveva bisogno di qualche secondo per elaborare l’informazione. Si sentì un disastro.

Aveva solo voglia di farsi passare il nervoso.

Non poteva rilassarsi con una cicca o una canna, perché non fumava. Né bere una birra in tutta calma perché era astemia. Né tagliarsi, aveva smesso e non aveva la minima intenzione di ricadere in quel tunnel.

Sesso. Ecco, poteva fare del sesso. Non aveva un ragazzo, ma quello non era un ostacolo insormontabile. Rallentò e accostò, lasciando la macchina accesa per mantenere il riscaldamento in funzione. Prese il cellulare dalla borsa e cercò tra le icone quella col cuore rosa. Aprì, inserì il nome della città, attese qualche istante che caricasse e lesse gli ultimi messaggi.

«Ragazzo ben dotato cerca biondina per bdsm» No.

«Cerco ragazze giovani per cose a tre» No.

«Sesso senza impegno» Ecco. Piuttosto.

Selezionò il contatto scelto e digitò un breve messaggio.

-Sono in macchina dietro al bar Frida. Mi puoi raggiungere?

In pochi secondi arrivò la risposta.

-Ehi piccola, sarò tuo tra 10 minuti. Manda foto.

Scelse una foto dalla galleria e la inoltrò allo sconosciuto.

-Manda foto anche tu.

Le arrivò l’immagine di un bel ragazzo, moro e ricciolo. Decise che valeva la pena aspettarlo.

Si parcheggiò meglio, buttò nel bagagliaio le cose della palestra e stese una coperta sui sedili posteriori. Si guardò nello specchietto retrovisore e si sistemò i capelli, poi si sedette al posto di guida e attese lo sconosciuto, giocherellando con la cerniera della giacca.

Bussarono al finestrino e lei si sporse per aprire la portiera. Il ragazzo ricciolo salì al posto del passeggero.

«Ciao, sono Francesco», disse allegro.

«Ciao, Elena», rispose forzando un sorriso. Non aveva voglia di convenevoli. Voleva solo perdersi tra le mani e il corpo del ragazzo, focalizzando i suoi pensieri in mezzo alle gambe.

Anche lui era della stessa idea – d’altronde si erano visti per quello – e subito si sporse per baciarla.

Lasciò che il ragazzo le assaggiasse le labbra e si impegnò per ricambiare al meglio. Le sue mani si avvinghiarono sul collo e sulla schiena dello sconosciuto, mentre lui, più audace, la sfiorava le cosce, fasciate solo da dei leggins leggeri.

«Ci spostiamo dietro? È più comodo», propose lei.

«Certo. Vai.»

Elena scavalcò e aspettò che Francesco la raggiungesse sui sedili posteriori.

Ripresero immediatamente a baciarsi e a toccarsi, finché, strato dopo strato, eliminarono i vestiti, ormai inutili, dato il caldo che aleggiava nella vettura.

«Ce l’hai il preservativo?» Domandò lei.

«Sì, aspetta.»

Il ragazzo recuperò la bustina dalla tasca dei pantaloni, la aprì e lo infilò svelto.

Elena aspettò che fosse pronto, poi con un unico movimento gli fu sopra e venne penetrata.

Non era la prima volta che faceva sesso con un estraneo. Era squallido e lo sapeva. Ma non gliene fregava assolutamente nulla. Entrambi erano consenzienti e non avevano nulla da perdere.

Si dedicò ad appagare il proprio piacere personale, cavalcando il ragazzo come se fosse un giocattolo. Lui sembrava gradire, per cui non se ne preoccupò e andò avanti a dare colpi col bacino, sempre più velocemente.

«Aspetta», ansimò lui, fermandola e spostandosi da sotto.

«Perché?» gli domandò lei, spazientita.

«Girati e sciogliti i capelli, dai», intimò lui, senza degnarla di una risposta.

«Non ti do il culo», chiarì lei, ma si girò ugualmente.

«No, no», assicurò lui, poi la penetrò di nuovo, con bramosia.

La afferrò per i capelli, tirandoglieli, e iniziò a possederla con violenza.

«Lasciami i capelli», protestò Elena.

«Stai zitta!» le ordinò, tirandoglieli più forte e penetrandola con delle stoccate sempre più cattive.

Non era la situazione che aveva previsto. Non riusciva a vederlo in faccia, iniziava a sentire male tra le gambe e il collo piegato all’indietro le doleva.

«Lasciami, mi fai male!» esclamò ancora.

«Non parlare! Stai zitta troia!» mollò la presa dai capelli e le afferrò le braccia, facendole perdere l’appoggio ed Elena sbatté la testa sul sedile. Gliele torse dietro la schiena, strappandole un urlo di dolore, mentre continuava a possederla.

«Basta!» tentò di divincolarsi, ma lui la teneva stretta e non riuscì neanche a girarsi. Iniziò a scalciare cercando di colpire il ragazzo, ma ogni tentativo andò a vuoto.

«Stai ferma o ti ammazzo», disse lui, roco. Elena tremò. Sapeva che non si doveva fidare degli sconosciuti, ma… Non pensava sarebbe arrivato a tanto. E se non mentiva?

Si immobilizzò, sperando che lui finisse in fretta e la lasciasse andare.

«Brava, puttanella. Ora ti lego i polsi. Non provare a muoverti, perché ho un coltello e ti ammazzo. Lo senti?»

Elena senti qualcosa di appuntito premere dolorosamente sulla schiena. Lacrime di paura le colarono sul viso nascosto nel sedile, ma non si mosse mentre una corda le stringeva i polsi. Pregò che qualcuno passasse di lì, ma non si azzardò a urlare.

«Vedi come sei brava… Ora finisco di scoparti. Non gridare», le intimò Francesco.

La ragazza non reagì. Subì immobile le stoccate, sempre più veloci, anche se le faceva male dappertutto. Finalmente il ragazzo fu soddisfatto e si tirò fuori da lei. Elena sospirò, pensando che sarebbe presto finito.

«Perché sospiri, eh, troia? Non ti è piaciuto? RISPONDI!» urlò furioso.

«S-sì…» sussurrò lei, terrorizzata.

«Sei una puttana», sentenziò lui. Elena lo sentì rivestirsi, ma non ebbe il coraggio di muoversi. Ad un tratto le arrivò uno schiaffo sulla natica ancora nuda, che le tolse il fiato e la fece strillare.

«Shh… Tanto ora me ne vado. Ciao.»

La ragazza sentì la portiera sbattere e poi ci fu solo silenzio. Cercò di slegarsi i polsi, e dopo qualche tentativo la corda cedette. Si tirò su, rabbrividendo per il freddo, per lo shock, per la paura. Si rivestì lentamente, debilitata dalle lacrime e dal dolore, che ormai aveva pervaso tutto il suo corpo e stava intaccando anche la sua anima.

Con uno sforzo enorme tornò al posto di guida e mise in moto la macchina. Fece manovra e uscì dal parcheggio. Era buio, lei piangeva e non vedeva niente.

Si immise nella strada, deserta, chissà quanto tempo era passato.

Spazzò via le lacrime con il dorso della mano e prese un respiro profondo.

Sguardo fisso sulla strada, piede fisso sull’acceleratore. Non voleva tornare a casa.

Stringeva il volante così forte che aveva le nocche bianche.

La curva che era davanti a lei si avvicinò sempre di più. Mollò il volante, pestò sull’acceleratore e chiuse gli occhi.

 

Se anche tu sei un aspirante scrittore o scrittrice inviaci il tuo racconto e lo pubblicheremo sul nostro Blog, nella nuova sezione Talenti in erba.
Per ulteriori informazioni, leggi l’articolo:
D di Donna dà spazio ai giovani scrittori: inviaci la tua storia!

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