senza di me
La protagonista del terzo appuntamento con Talenti in erba è Alessia Nolli, autrice della bellissima storia “Senza di me” che pubblichiamo integralmente. Buona lettura!

«Smettila di arrabbiarti sempre, sono sempre gli altri che sbagliano, e tu vuoi sempre avere ragione». Elvira guardava suo padre con astio, come le capitava spesso di fare. Perché doveva essere sempre tutto come voleva lui?

«Adesso basta, Elvira. Ti ho chiesto di fare questa commissione ma vedo che non mi posso fidare di te. Hai sempre la testa altrove, sei sempre in giro con il tuo ragazzo e la tua famiglia passa in secondo piano».

«Non è assolutamente vero». c’erano tante cose non dette in quella piccola frase. Non era vero che trascurava i suoi genitori, non era via con la testa e sapeva prendersi le sue  responsabilità. Ma c’era sempre un groppo alla gola che le impediva di sfogarsi e difendersi a dovere da quei rimproveri. Non era più una bambina, e il fatto che lei fosse andata a convivere con il fidanzato non le aveva fatto cancellare i parenti dal cuore e dalla mente.

Chiunque poteva sbagliare, e tanti al mondo continuavano a farlo, senza che questo cadesse. Avrebbe dovuto portare al padre una fiala di liquido giallo, ma questa si era rotta nel bagagliaio della sua utilitaria, e il signor Zerni non aveva preso bene l’accaduto.

Sua figlia stava sprecando molto fiato in scuse e spiegazioni, ma niente sortiva l’effetto desiderato. I pensieri tumultuosi di Elvira vorticavano, mentre lei desiderava sempre più di andarsene. Avrebbe voluto una vita senza quel vocione, quel continuo tono deluso, quella figura di padre padrone.

«Mi hai deluso, come sempre. Non disturbarti a tornare, hai la tua vita adesso, giusto?»

«Non ti permetto di parlarmi così, papà. E non cercarmi più, maledizione».

La ragazza si girò di scatto, raggiungendo la porta d’ingresso. Avrebbe voluto tirare un pugno a quell’uomo burbero e ai suoi esperimenti. Non era mai diventato uno scienziato famoso, perché aveva sacrificato la carriera per la famiglia, ma la sua casa veniva amministrata come un ufficio. Elvira però ne aveva abbastanza. Ora si sarebbe goduta la vita, nella sua casetta in centro.

«Tanto valeva non avere figli. Elvira non serve proprio a nulla».

Una forte ventata percorse il corridoio dell’antica dimora. La voce attutita di suo padre le giunse alle orecchie, causa della rabbia che saliva a ondate regolari fino al suo giovane cervello fumante.

Correndo, andò a sbattere contro un cameriere dagli occhi azzurri. La rabbia divenne tristezza infinita, e la ragazza uscì dalla villa sbattendo violentemente il portone.

Lacrime cocenti solcavano le guance di Elvira, mentre questa scavava nella borsa alla ricerca delle chiavi dell’auto. Dopo diversi minuti la portiera fu aperta, e la piccola fiat iniziò il suo viaggio verso casa.

Elvira inveiva a voce alta contro quel maleducato padre che la trattava come una schiava per i suoi stupidi esperimenti. In quel momento lo odiava, come detestava le sue ampolle, i suoi poveri topolini bianchi e i macchinari per le analisi.

«Maledizione a lui e al suo lavoro. Che bello sarebbe stato se lui si fosse concentrato su quello, e avesse lasciato me e la mamma tranquille. Senza di lui sarebbe meglio».

Continuava a guidare sul vialone principale, costeggiando i campi coltivati e i nuovi quartieri signorili. I viali alberati si inseguivano in quel fresco pomeriggio autunnale.

Il cielo era coperto, ma nessuna goccia di pioggia si decideva a cadere. Le lacrime di rabbia e tristezza si erano asciugate dagli occhi di Elvira, mentre entrava nella via dove abitava col suo ragazzo.

Una serie di curve la separavano dal parcheggio dove di solito metteva l’automobile. Forse quel pomeriggio avrebbe trovato posto vicino al cancelletto, rubando il posto alla vicina.

E in effetti il posto c’era, comodo e spazioso. Quel piccolo segno la fece sorridere debolmente.

Dopo un perfetto parcheggio a “esse”, la ragazza spense la macchina, prese la borsa e il sacchetto multiuso per la spesa.

Meccanicamente Elvira chiuse l’auto, e si girò verso il cancelletto d’ingresso. E rimase senza fiato.

La sua piccola casetta era tutta cambiata. Al posto della villetta a schiera con i muri bianchi e una magnolia in giardino, c’era una palazzina gialla con un prato e tante rose.

La strana nuova casa occupava anche il posto della villetta vicina, allargandosi quindi dai vecchi vicini della ragazza.

Elvira si guardò in giro, cercando di capire se era impazzita, o tutto questo era davvero reale. Le automobili continuavano a percorrere la via, senza dare segni di sorpresa per la nuova grande abitazione. La giovane Zerni non sapeva decidersi.

Poteva far finta di nulla e incamminarsi lontano da lì. Cos’era davvero successo? La sua casa non esisteva più, oppure non era mai esistita. Non c’era nessuno a cui chiedere, quindi decise di dirigersi verso il cancelletto d’ingresso.

E se le avessero urlato di allontanarsi da lì? E se le sue chiavi non fossero entrate nella serratura e l’avessero scambiata per una scassinatrice?

Nessuno però avrebbe cercato di forzare un cancellino facile da scavalcare. Nessuno passeggiava sul marciapiede, e nessuno la fissava dalle finestre. Frugò nella borsa alla ricerca del suo mazzo di chiavi, e estrasse finalmente quelle che le servivano.

La piccola chiave consumata brillava tra le sue dita, mentre lei cercava di capire se stava impazzendo o era già successo mentre lei tornava dalla litigata paterna.

La chiave si insinuò nella serratura corrosa dalle intemperie, e sorprendentemente si udì lo scatto che apriva il cancelletto. Com’era possibile che avesse le chiavi per entrare in una casa sconosciuta?

E se l’avessero trovata all’interno, come avrebbe potuto spiegare che lei aveva le chiavi, e non le aveva rubate a nessuno? Doveva comunque tentare di capire cosa l’aspettava oltre il portone di quercia. Quella porta assomigliava a quella dei suoi genitori, ma forse era solo una sua impressione. Si sentiva spaesata e sola, in una realtà che non riconosceva più. Voleva solo andare a casa sua per piangere di rabbia, ma questa nuova situazione le aveva fatto mettere da parte la tristezza.

Elvira percorse lentamente il vialetto, dove alcune belle rose svettavano verso il cielo nuvoloso. L’erba corta faceva sembrare il giardino spoglio. Non esisteva più il piccolo patio coperto, e i tre gradini che portavano all’ingresso. La porta si stagliava sulla ragazza senza salite o tettoie.

Elvira cambiò le chiavi da usare, e scelse quella più grande per la serratura della porta blindata. Anche quella si accomodò nel buco senza attriti o forzature. Mentre la girava, i meccanismi della porta si mossero per aprire la porta alla ragazza.

Il pannello di legno si aprì, senza cigolare. L’interno era tutto diverso.

Un grande atrio pieno di persone indaffarate le si presentava immenso. Tanta gente con grembiule bianco camminava con passo affrettato, cercando di schivare gli altri ospiti.

Elvira era attonita, con la bocca aperta. Guardava questo via vai, incapace di muoversi. Finalmente decise di fare qualche passo avanti, passando vicino a dei vasi di fiori, e a dei tavoli di marmo sotto a due grandi specchiere. Da fuori questa costruzione sembrava un grosso e vecchio condominio, ma al suo interno fiorivano ricchi arredi e non esistevano appartamenti divisi.

Sulla sinistra si apriva un lungo corridoio piastrellato di nero e bianco, e su di esso si affacciavano delle stanze con immense vetrate. La prima camera sembrava un immenso salone con il bar, dove decine di avventori chiacchieravano, sorseggiando del the e guardando la televisione.

Il barista era vestito come gli altri servitori che giravano per casa, con un grande grembiule lungo fin sotto alle ginocchia, la camicia bianca e i copri-maniche neri.

Nel corridoio correvano diversi uomini con un camice da laboratorio, e tutti entravano e uscivano da una delle porte in fondo.

Elvira si incamminò, muta e quasi spaventata, verso la fine del corridoio, e si accorse che l’ultima stanza era un bellissimo laboratorio pieno di provette e alambicchi. Il bianco abbagliava chiunque, e gli scienziati si industriavano in fretta attorno ai tavoli e alle macchine per le analisi.

Era davvero una strana casa, ma quello che colpì Elvira fu una figura alta e baffuta vicina ad una cattedra.

Sbalordita, guardò suo padre in camice bianco, che parlava con altri luminari e impartiva secchi ordini. Sembrava che non lavorasse più in tribunale, ma che avesse scelto questo lavoro scientifico.

Elvira lo guardava, lottando tra sentimenti contrastanti.

Era sorpresa di vederlo lì in casa sua, anche se di casa sua non era rimasta che la serratura; era arrabbiata che se ne stesse lì a comandare, non voleva stare nella stessa stanza con lui, o che la vedesse ferma ad osservarlo.

Ma ad un tratto quegli occhi scuri si fermarono sulla giovane, che deglutì vistosamente. Nessuno si era fermato a chiederle chi fosse, nessuno l’aveva allontanata o interpellata.

Era così strano che non ci fece caso. Tutta la sua attenzione era rivolta al padre che si stava avvicinando a grandi passi in corridoio. Era identico a qualche ora prima, ma qualcosa di diverso aleggiava nell’aria.

Quegli occhi indagatori erano spenti e tristi, anche se lui cercava di mascherarlo bene. Non dava segni di averla riconosciuta, ma lo stomaco di Elvira si era chiuso per la preoccupazione.

Cosa le avrebbe detto? Avrebbe iniziato ad urlarle contro, facendole pesare la litigata di poco prima? L’avrebbe cacciata da casa sua? Ma sua di chi? Magari lì lui ci lavorava e basta.

«Ah, eccoti. Dov’eri finita?»

E senza lasciarle il tempo di rispondere, fece un cenno ad uno dei camerieri. Il giovane aveva i capelli chiari e splendidi occhi azzurri. Elvira lo guardò meglio. Dove aveva visto quegli stessi occhi?

«Dovresti fare un giro della casa, ma ora non ho tempo di accompagnarti.» la sua voce era piatta e professionale, come se lei fosse lì per un colloquio di lavoro, e non fosse la figlia che per trent’anni aveva vissuto con lui.

«Se mi permette, posso accompagnare io la signorina». La voce del giovane le ricordava qualcosa. Giorgio, ecco come si chiamava. Quegli occhi azzurri l’avevano riportata nella vecchia casa di suo padre, dove aveva investito uno dei servitori del ricco signore.

«Venga con me, mi segua sulle scale. Le mostro i piani superiori e poi le farò la sua camera da letto.»

La sua camera? Ma lei non abitava lì, e non voleva neppure lavorarci. Era forse un albergo dove i turisti potevano soggiornare? Niente lì le faceva pensare a questo, però seguì il ragazzo dagli occhi color del cielo.

Suo padre si era allontanato dopo averla affidata al suo cameriere, senza dare segni di averla riconosciuta o di essere arrabbiato con lei. Dal corridoio del bar tornarono nel grande atrio. Sulla sinistra dell’ingresso iniziavano delle scale simili a quelle che ci sono nelle scuole: anonime, di finto marmo beige e molto larghe.

Salì le rampe in silenzio, incapace di metabolizzare ogni gesto e ogni situazione che aveva vissuto in questa strana giornata. Aveva lasciato la casa dei suoi genitori verso le diciotto, ma ora il giorno sembrava appena iniziato. Solo il cielo nuvoloso era rimasto lo stesso.

Al primo piano si trovò in un altro lungo corridoio, simile a quello sottostante, e qui diverse piccole stanze si affacciavano su di esso. Sembravano delle aule ma al loro interno non c’erano bambini.

«Qui c’è la scuola della signora. L’ha fatta costruire per seguire meglio i piccoli da istruire. Come ben sa, la signora ha sempre amato l’insegnamento. Nell’ultima classe ci sono ancora dei bambini con le loro maestre.»

Non c’erano tanti alunni, ma molti banchi prendevano la polvere nelle classi vuote. Sua madre aveva lavorato negli uffici delle scuole, ma senza insegnare, per crescere meglio la sua bambina con più tempo a disposizione.

In questa specie di storia parallela, sua madre si era data all’insegnamento. Il motivo poteva forse essere l’assenza di figli propri?

Sembrava che tutta questa nuova realtà vivesse senza di lei. Elvira non era mai nata, per i più svariati motivi, e i suoi genitori avevano riempito il loro tempo con quello che amavano di più.

«Scusi Giorgio, ma mia madre dov’è?»

Aveva davvero chiesto dove si trovasse sua madre? Ma lì nessuno sapeva che lei era figlia di questi signorotti. Il cameriere l’avrebbe presa per pazza.

Invece il suo sguardo si rattristò, e le nuvole coprirono l’azzurro dei suoi occhi. «Mi spiace, non so come dirglielo. Sua madre è morta qualche anno fa.»

Morta? Sua madre non c’era più? Come poteva essere? Nella sua vita la madre viveva felice nella sua villa di periferia. Di cosa era morta? Quanti anni aveva? Cosa aveva fatto nella sua vita? Le era mancata la sua bimba?

«Scusi, ma come fa a sapere che la padrona di casa era mia madre?» Un fulmine a ciel sereno le aveva attraversato la mente. Quel cameriere doveva sapere più di quello che diceva.

Pian piano un timido sorriso furbesco si allargò sul viso del giovane. La triste notizia della padrona morta era già dimenticata. Sembrava di vivere in un sogno ad occhi aperti, dove azioni e parole producevano sentimenti contrastanti che subito sparivano nel vento.

«Ti posso spiegare tutto, magari a cena…»

Ci stava provando? Perché aveva cambiato linguaggio e le parlava da vecchio amico? Era un bellissimo ragazzo, ma l’attrazione che Elvira provava per lui sembrava finta. Appena si riscosse, si allontanò dal cameriere. Tutta la tristezza della morte materna la sopraffece, e iniziò a piangere.

Voleva andare a casa, voleva abbandonarsi nelle braccia del suo fidanzato. Le mancava dolorosamente, e il pensiero che lui non ci fosse la faceva singhiozzare sempre più forte.

«D’accordo, non allagare il corridoio. Ti riporterò a casa, ma voglio essere sicuro che tu abbia capito la lezione».

«Lezione? Quale lezione?»

Giorgio sospirò. «In tutte le famiglie si può discutere, ma i tuoi genitori non sono nemici che ti vogliono mettere i bastoni tra le ruote. Amali come non mai, e sopporta le loro apprensioni e i consigli invadenti». Le lacrime di Elvira si stavano asciugando.

«Vedi com’è triste la vita dei tuoi genitori senza di te? Qui non sei mai nata, e tuo padre si è gettato nel lavoro. Tua madre ha cercato di fare altrettanto, ma la depressione l’ha logorata. Voleva tanto una figlia da amare, ma entrambi hanno privilegiato altre cose.»

Giorgio stava intanto accompagnando Elvira al pian terreno, verso l’ingresso. «Ti rimando a casa, ma promettimi che tornerai dalla tua famiglia e li abbraccerai. Capiranno, e la vostra vita continuerà serena. Vivi la vita pienamente, al fianco di  tutti quelli che ti amano e continueranno a farlo».

La ragazza si trovava ora al cancelletto del condominio. Salì in macchina, e dopo una promessa solenne avviò il motore.

La sua fidata automobile l’avrebbe portata alla vecchia villa dei genitori, e poi sarebbe tornata finalmente a casa, la sua, nella sua vita, nel suo tempo, nella sua realtà meravigliosa

Ad Alessia, vanno i nostri complimenti ed uno speciale in bocca al lupo per “Senza di me” e tutti gli altri racconti che scriverà!

Se anche tu sei un aspirante scrittore o scrittrice inviaci il tuo racconto e lo pubblicheremo sul nostro Blog, nella nuova sezione Talenti in erba.
Per ulteriori informazioni, leggi l’articolo:
D di Donna dà spazio ai giovani scrittori: inviaci la tua storia!

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